L’autoregolamentazione del mercato verso il bene comune è uno dei mantra di questi anni non solo per giustificare la deregolamentazione e quindi minor controllo dello stato sulle aziende ma anche per giustificare comportamenti se non palesemente illegali sicuramente scorretti e con dei costi nascosti a carico della collettività.
Il sottinteso di questo assioma è che il furbo alla fine fa anche il bene della società perché crea ricchezza che in parte ricadrà su di tutti.
Questo ragionamento è evidentemente fallace su diversi aspetti ma mi soffermerò solo sugli aspetti principali.
Se è vero che in alcune circostanze i comportamenti dei consumatori nel lungo periodo indirizzano le aziende verso comportamenti virtuosi, non è invece evidente il costo per la collettività di questo approccio.
Innanzitutto, a dispetto dei principi del capitalismo, non prevale l’azienda migliore ma la più furba poiché nel breve periodo, l’azienda che non rispetta le regole ha un vantaggio competitivo che le permette di prevalere sulle altre. Nel lungo periodo poi queste aziende avranno il tempo per evitare i comportamenti più scorretti se spinti dalla opinione pubblica ma in un contesto dove saranno ormai scomparse le aziende oneste in competizione sullo stesso mercato. Sarà per loro facile mantenere il vantaggio competitivo acquisto in maniera scorretta.
Il costo enorme di questo approccio ricade sulla collettività in termini di impatti ambientali e di impatti sociali.
Impatti ambientali in quanto l’inquinamento prodotto da queste aziende che non rispettano le leggi o che comunque delocalizzano laddove non ci sono leggi specifiche, ricade sulla salute della collettività. Esempi di questo modo di agire sono all’ordine del giorno e ben conosciuti, il diesel gate ne è solo il più famoso ma non certo unico né il peggiore
Impatti sociali dovuti all’ abbassamento della qualità della vita della forza lavoro dovuta all’impiego disinvolto dei contratti precari o ad una delocalizzazione selvaggia favorita da un contesto legislativo internazionale non pronto ad affrontare queste pratiche scorrette.
Altri impatti sociali sono poi dovuti alla commistione con la delinquenza organizzata che sempre più di frequente caratterizza l’agire di aziende senza scrupoli.
Il secondo mito da sfatare è che il consumatore premi e indirizzi il mercato verso il bene comune. Questa affermazione sottende l’equazione consumatore = cittadino e quindi più in generale che gli interessi del consumatore sia coincidenti con quelli del cittadino nel suo senso più ampio.
Anche in questo caso bastano pochi esempi per capire come questo ragionamento sia falso in quanto il cittadino agisce come consumatore solo in alcuni momenti della giornata mentre per il resto è lavoratore, genitore, paziente, etc. e gli interessi del consumatore non coincidono con quelli del lavoratore, del genitore, del paziente etc.
È chiaro infatti che è interesse del consumatore avere il bene al prezzo più basso ma non del lavoratore essere sfruttato e senza diritti in modo che l’azienda offra il bene a prezzi sempre più bassi.
Allo stesso modo è indubbia la comodità di negozi aperti 24/7 senza week end e festività, ma non lo è né per il lavoratore costretto a sacrificare le festività né per la società in generale che vede scomparire quei momenti che rafforzano la famiglia come nucleo fondante della comunità.
Lo stesso vale per i nuovi servizi chiamati di “sharing economy” o servizi on demand che altro non sono che lavori a cottimo non regolamentati dove singoli lavoratori senza tutele e diritti sono chiamati di volta in volta per piccoli servizi come la consegna a domicilio o il trasporto sulla propria auto: indubbiamente sono un vantaggio per il consumatore che può avere la cena o il pacco eCommerce a casa con una spesa irrisoria, ma questo servizio è sostenibile economicamente solo ledendo i diritti dei lavoratori che si assorbono, rischi, pause, ferie, malattie etc.
L’aspetto incredibile è che tutti questi servizi che nella narrazione contemporanea sono resi possibili dalla rivoluzione digitale, sono in realtà non sostenibili economicamente e lo diventano solo grazie alla precarizzazione e sfruttamento di forza lavoro non organizzata. Cioè la rivoluzione digitale non ha reso questi servizi più economici grazie alle nuove tecnologie, ma ha solo permesso alle aziende di disintermediare il rapporto con il lavoratore da parte dei sindacati e di contrattare di volta in volta con il singolo lavoratore la prestazione tornando indietro di millenni nel rapporto datore di lavoro-lavoratore.
Tutto questo grazie anche alla connivenza di sindacati e forze di sinistra che hanno fatto finta di non vedere la progressiva precarizzazione della forza lavoro attuata prima tramite finte cooperative di lavoratori (in particolare nella logistica) ed ultimamente con l’avvento dell’economia on demand (vedi Deliveroo, Uber, etc.).