Da anni oramai è luogo comune che per sopravvivere nel mercato globale le aziende dovranno fondersi e diventare sempre più grandi, perché solo i grandi gruppi globali sopravvivranno.
Tale assioma è così dogmatico, che durante la crisi del mercato dell’auto post 2008, si indicava come motivo della crisi della FIAT, non il fatto che avesse fatto auto fuori dal mercato per anni, ma la sua “piccola” dimensione rispetto ai colossi americani e giapponesi. Peccato che nessuno facesse notare come al contempo l’azienda automobilistica più in crisi fosse proprio GM cioè la più grande di tutte. Lo stesso era vero per le diverse banche o finanziare in crisi in quel periodo, che sono state salvate con soldi o interventi pubblici.
È quindi vero che per sopravvivere nel mercato globale bisogna essere grandi/globali, ma non perché l’azienda è più efficiente grazie all’economia di scala e ai costi della ricerca condivisi, ma perché più grande si è più grande sarà l’impatto sociale in caso di fallimento e quindi maggiore sarà la propensione dello stato ad intervenire e maggiori saranno le pressioni delle aziende per regole che le favoriscano.
Tornando all’esempio FIAT Chrysler, è evidente che la fusione avesse più interessi ad accedere ai finanziamenti pubblici erogati da Obama, che dalle efficienze possibili unendo le due aziende.
Chiunque abbia lavorato in una multinazionale più o meno estesa, ha ben presente come l’efficienza non sia proporzionale alla dimensione, bensì dopo una certa dimensione l’efficienza sia invece inversamente proporzionale. Non solo le organizzazioni tendono ad essere inefficienti, confuse ma tendono a mostrare gli stessi mali delle grosse organizzazioni pubbliche: burocrazia imperante, decisioni guidate dalla politica interna e dai rapporti di forza della leadership, obiettivi diversi e spesso in conflitto tra le varie divisioni e non sempre allineati agli obiettivi aziendali.
Se oltre all’efficienza analizziamo un altro caposaldo del capitalismo, come la capacità di innovare ed essere differenzianti e quindi vincenti, ci accorgiamo che anche sotto questo aspetto grande non implica migliore. Sono molti gli esempi passati e presenti di multinazionali leader di settore incapaci di innovare una volta raggiunta la supremazia in un mercato, e soccombere in breve tempo travolte dall’innovazione di nuovi player di mercato: nel passato citiamo IBM non in grado di riconoscere l’innovazione di Microsoft e Apple, e ben più recenti l’incapacità di innovare di Nokia ed Erikson travolti dall’iPhone. Nel presente basta constatare come nessuno degli eventi innovati degli ultimi anni sia nato all’interno di una multinazionale (ad eccezione dell’iPhone): Google, Facebook, Amazon, eBay per citare i casi più famosi.
Ma ancor più singolare è notare come queste stesse società nate da intuizioni geniali e innovative, in pochi anni diventate multinazionali, facciamo ora fatica ad innovare e siano continuamente anticipate e sorpassate da nuovi player, WhatsApp, Pinterest, etc., mentre i loro tentativi di innovare spesso risultino goffi: Google+, Google Glass, etc.
Lo stesso comportamento lo possiamo notare in altri settori, primo fra tutti quello automobilistico, dove la vera innovazione è arrivata grazie ad un outsider come Tesla, mentre le enormi multinazionale sedute sul loro monopolio di fatto si accontentavano di piccole evoluzioni necessarie per stimolare un ricambio di autoveicoli.
Questa incapacità è così evidente e accertata che le multinazionali non sono corse ai ripari con nuovi modelli e approcci di ricerca e sviluppo, ma rendendo parte integrante del sistema il fenomeno delle startup innovative grazie all’enorme potere finanziario in loro possesso: l’innovazione e i rischi ai piccoli per poi capitalizzare le idee vincenti a suon di milioni di dollari, che però frenano sul nascere l’ingresso di nuovi player di mercato potenzialmente pericolosi.
Ma se queste sono le difficoltà delle Multinazionali Globali, come mai sono vincenti e nessuno mette in dubbio la validità di questo modello?
Ovviamente le multinazionali hanno molti fattori che le rendono competitive e in alcune settori e situazioni le più adatte e vincenti, ma quello che non torna alla luce delle lacune riscontrate è che siano il solo e unico modello possibile, dando la piccola e media impresa come perdente sempre e comunque.
Semplicemente perché stanno giocando con regole truccate.
È come se in una partita di calcio una squadra giocasse non solo con arbitro e guardalinee dalla propria parte ma con regole differenti, senza fuorigioco e con la propria porta più piccola. In questo scenario non è più importante avere il migliore allenatore e i migliori giocatori per vincere, basta presentarsi in campo. Ma allo stesso tempo gli spettatori non saranno intrattenuti dal miglior spettacolo possibile, ma dall’unico disponibile sebbene noioso.
Le regole truccate in favore delle multinazionali sono diverse ma ci soffermiamo solo sulle più evidenti e importanti:
- Lobby e potere di pressione sugli stati: arbitri di parte
- Tassazione e Paradisi Fiscali: porta più piccola
- Delocalizzazione: 22 giocatori in campo
- Finanza globale e virtuale: nessun fuorigioco