Tassazione e Paradisi Fiscali: porta più piccola

Le tasse sono, insieme al costo del lavoro e della materia prima, una delle principali voci di costo di un’azienda ed è quindi evidente che minimizzare o ancor meglio evitare di pagare le tasse risulti un vantaggio competitivo enorme per l’azienda interessata.

Se per gli artigiani e le piccole medie imprese il fenomeno si chiama evasione, per le grosse aziende si chiama elusione ma la sostanza non cambia e gli effetti devastanti sul mercato e sulla competizione tra aziende sono i medesimi. Già utilizzare due nomi differenti per lo stesso fenomeno, per dare una parvenza di legalità all’evasione fatta su grande scala, è indice della sudditanza della politica rispetto alla finanza.

La diseguaglianza di tassazione tra oneste imprese locali e multinazionali globali non è di pochi punti percentuali ma si passa dal 30%/40% di un’impresa locale europea a pochi punti % di tasse per le multinazionali più spregiudicate. È evidente che con questi numeri le due tipologie di aziende non competono a parità di regole.

L’ineguaglianza di trattamento fiscale tra multinazionali e piccole/medie imprese ha assunto dimensioni così esasperate che negli ultimi anni è finalmente diventato per lo meno argomento di discussione, ma proprio questo discutere da anni senza nessuna conclusione evidenzia come la classe politica sia totalmente succube delle lobby e continui a prendere tempo a parole per non disturbare.

Basti pensare che il primo atto del governo Renzi, ancor non insediato, è stato quello di abolire la cosiddetta “web tax” che perlomeno provava ad affrontare concretamente la questione.
Nell’abolizione della “web tax” si possono ritrovare le solite fake news istituzionali utilizzate dai nostri politici italiani ed europei per non toccare interessi consolidati

·         “È una materia europea non possiamo agire da soli altrimenti ci multano”, ben sapendo che per l’Europa ci vorranno anni per armonizzare la questione tra 25 paesi con interessi diversi e che l’Europa ha multato non chi ha provato ad arginare il fenomeno ma chi come l’Irlanda ha applicato agevolazioni eccessive anche rispetto ai canoni non certo stringenti dell’attuale legislazione.

·         “Con la web tax limiteremmo l’innovazione e la trasformazione digitale” quando è evidente che la web tax avrebbe protetto le aziende innovatrici locali dalla sleale concorrenza delle aziende digitali straniere avvantaggiate da tasse irrisorie. Sintomo di questa falsità è il fatto che molte startup innovative nate in Italia hanno preso sede all’estero in paesi con legislazione fiscale favorevole per non soccombere: oltre al danno la beffa.

·         “limiteremmo gli investimenti esteri in Italia”:  questo argomento correla in malafede gli investimenti delle multinazionali digitali con una legislazione a loro favorevole, ma se questo era vero nel passato per Fiat ed altre società intenzionate a spostare/mantenere la produzione in Italia, non è assolutamente vero per le grosse multinazionali digitali che non hanno alcun intenzione di spostare la produzione ma vogliono solo appropriarsi della ricchezza degli italiani senza restituire niente alla società. Se nel passato le grosse aziende nella contrattazione potevano giocare l’arma dei posti di lavoro creati, questo non è più vero per le multinazionali digitali che sono solo interessati al mercato italiano per i suoi consumatori, quindi non possono fare nessuna minaccia visto che sono loro che perderebbero consumatori e non l’Italia a perdere posti di lavoro. Per assurdo anche se gli raddoppiassimo le tasse continuerebbero a vendere in Italia.

Nonostante se ne parli continuamente il fenomeno negli anni è persino peggiorato, e se nel passato il mezzo per eludere o meglio evadere le tasse erano principalmente i paradisi fiscali, che comportavano comunque rischi legislativi e di immagine, ora grazie alle cosiddette “tax rule” concordate singolarmente tra stati e multinazionali sono persino riusciti a minimizzare i rischi legali e a rendere il tutto legale.

Ancora una volta è evidente la debolezza degli stati nazionali nei confronti di queste multinazionali per cui nel migliore dei casi patteggiano una tassa minima pur di ottenere qualcosa, nel peggiore dei casi i politici di turno usano questo scusa per ottenere tassazioni notevolmente agevolate alle loro protette.

L’aspetto che più colpisce di queste tax rule, e che ne evidenziano la malafede, è il fatto che queste regole sono segrete e non sono pubbliche avendo inserito nel contratto una clausola di confidenzialità. Non si capisce perché lo Stato accetti questa clausola e perché la classe politica non legiferi in modo da rendere obbligatoria la pubblicazione dei termini dell’accordo in modo che gli elettori possano decidere sulla bontà o meno di questi accordi. Ancora una volta l’insipienza della nostra classe politica gioca a favore delle lobby.

L’elusione delle grandi aziende digitali americane non è di certo l’unico caso, ma l’elusione fiscale o come dicono ora l’ottimizzazione della fiscalità è cosi vantaggioso per le grandi aziende che anche aziende nazionale come Fiat/FCA, Ferrero e la quasi totalità delle grandi aziende italiane abbiano spostato le loro sedi all’estero per minimizzare le tasse.

L’assurdità è che tutto questo è fatto alla luce del sole, anzi con il plauso del mercato, e senza che nessuno obietti come questa pratica di decidere il paese in cui pagare le tasse non è possibile né per la piccola/media impresa né tanto meno per il cittadino privato.

Tutto questo viene giustificato in nome di una “sana concorrenza” delle nazioni sulle tasse, cioè in virtù del fatto che un paese virtuoso, quindi in grado di gestire al meglio le proprie tasse, sia in grado di attrarre aziende e cittadini grazie ad una tassazione ridotta pur garantendo stessi livelli di servizi, infrastrutture e politica sociale.

Tutto questo è palesemente falso, basti infatti verificare come i paradisi fiscali e i paesi a tassazione notevolmente vantaggiosa, non siano nazioni con una popolazione significativa (decine di milioni di abitanti) ma piccole nazioni con un numero esiguo di cittadini (qualche centinaio di migliaia) per cui 1% o meno di tasse di una grossa multinazionale può garantire gli investimenti ed il benessere del paese. Il problema risiede nel fatto che le infrastrutture, gli investimenti, l’istruzione, la ricerca e la politica sociale che permette a queste grandi aziende di produrre, distribuire e vendere ad una popolazione benestante non sono sovvenzionate dalle tasse di queste stesse aziende ma dalle migliaia di aziende locali e cittadini privati che si fanno carico delle tasse del paese.

La questione è così palesemente sbagliata dal punto di vista sia sociale sia economico, che risulta stupefacente quanto sia la classe politica ma ancora peggio la classe di intellettuali (includendo tra questi economisti, filosofi e letterati in genere) non abbiano smascherato l’inganno e siano completamente muti a riguardo, lasciano la battaglia ai cosiddetti “populisti” o a chi in nome di questa colossale ingiustizia giustifica quindi l’evasione fiscale del piccolo parrucchiere o idraulico.

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