Sul ruolo della finanza nel mondo globale si è già scritto molto e molte sono le critiche che arrivano da diversi settori dell’opinione pubblica relative all’immenso potere che esercita sulle nazioni grazie a mezzi economici e politici orami superiori a qualsiasi paese.
Anche in questo caso però le critiche sono indirizzate, direi in maniera teorica, solo verso quelle conseguenze chiaramente inaccettabili di queste ingerenze ma non viene messo in discussione il fatto in sé e il come si sia arrivati a questo sbilanciamento di poteri a favore della finanza, ritendo ancora una volta queste storture effetti collaterali secondari di una evoluzione imprescindibile della società dove la finanza genera benessere per tutti.
Sono invece convinto che anche l’estrema e immensa ricchezza della finanza sia dovuto in larga parte da un contesto politico connivente che ha permesso di accumulare ricchezza a discapito della popolazione mondiale nei momenti di crescita e di limitare le perdite se non di guadagnare grazie all’intervento pubblico durante i periodi di crisi: si sono privatizzati i guadagni e rese pubbliche le perdite.
La finanza del mondo iperliberista ha sempre sventolato il vessillo della propria capacità di creare ricchezza autoregolandosi e additato qualsiasi intervento dello stato nell’economia come deleterio per poi chiedere a gran voce l’intervento pubblico in caso di crisi perché incapace di salvarsi con i propri mezzi. Interventi che vengono puntualmente erogati per non far ricadere gli effetti negativi di default finanziari sulla popolazione senza però far mai pagare il conto alla finanza.
Ma a dispetto della narrazione anche l’accumularsi di ricchezza nei periodi di crescita è in gran parte sostenuto dall’intervento pubblico e da politiche favorevoli alla finanza.
Alcune delle politiche accondiscendenti al mondo della finanza le abbiamo già analizzate nei capitoli precedenti e quindi mi vorrei soffermare su alcuni aspetti peculiari:
- La digitalizzazione della finanza che ha permesso la globalizzazione dei flussi finanziari di fatto completamente deregolamentata
- La virtualizzazione della finanza che a partire dall’abbandono della parità oro-dollaro e dalla privatizzazione delle banche centrali ha di fatto creato una ricchezza virtuale sempre meno correlata con la ricchezza reale in circolazione ma che come un parassita si appoggia a quest’ultima per sostenere e alimentare una ristretta oligarchia finanziaria.
La digitalizzazione è stato lo strumento tramite cui si è potuto attuare la globalizzazione della finanza e ricopre lo stesso ruolo che ha ricoperto l’evoluzione della rete logistica per la delocalizzazione della manifattura.
Di fatto la digitalizzazione ha permesso non solo di operare in tutti i mercati del mondo spostando immensi capitali in pochi secondi ma ha permesso di sottrarsi alle regolamentazioni delle singole nazioni sfruttando la mancanza di regole globali e di eludere le poche regole esistenti tramite la creazione di paradisi fiscali e finanziari.
Inoltre, la delocalizzazione dei servizi finanziari, permettendo alle società finanziare di andare alla ricerca di facili profitti globalmente, ha allontanato la finanza dall’economia reale incrinando quel suo ruolo fondamentale di abilitatore dell’iniziativa imprenditoriale che è sempre stato il valore fondante della sua azione nonché la giustificazione dei propri guadagni.
Si è rotto un circolo virtuoso, benché conflittuale, tra capitale e lavoro: il capitale per moltiplicarsi ha sempre avuto necessità dell’attività imprenditoriale che a sua volta per realizzarsi necessitava di lavoro, quindi finanza, imprenditori e forza lavoro collaboravano al bene comune della società.
Con la globalizzazione della finanza questo circolo si rompe e la finanza non ha più bisogno di investire su imprenditori locali, che anzi vede come puri rischi, ma cerca guadagni facile nella speculazione e nella borsa globale, che se in teoria è ancora legata all’economia reale nella pratica è sempre più paragonabile ad un gioco speculativo virtuale.