Veniamo così al secondo aspetto che caratterizza l’attività finanziaria attuale: la finanza virtuale.
Per finanza virtuale intendo una attività finanziaria che basa il suo valore non su un valore economico reale ma su valori virtuali sempre più lontani dal valore reale del bene sottostante.
Analizziamo alcune evidenze che rendono palese questo scostamento tra economia reale e finanza virtuale.
In primo luogo, si stima che l’ammontare dell’attività finanziaria globale sia 30 volte superiore al Prodotto Interno Lordo globale. Questo è possibile grazie a prodotti finanziari derivati, tristemente diventati famosi presso il grande pubblico durante la crisi dei mutui subprime, che altro non sono che scommesse sui più disparati valori dell’economia: sui tassi di interesse, sulle valute, sui prezzi delle materie prime, sull’andamento degli indici azionari, sul fallimento di stati o di grandi imprese. Solo una piccola parte di questa attività finanziaria è legata ai prodotti primari, cioè azioni e obbligazioni.
Inoltre, in questi ultimi dieci anni il moltiplicatore tra il valore dei derivati e il PIL è cresciuto a ritmi vertiginosi mentre il moltiplicatore dei prodotti primari è rimasto costante.
Se poi teniamo conto che grazie alla delocalizzazione delle attività finanziare, questa ricchezza finanziaria riesce ad eludere qualsiasi tassa, è evidente che non c’è più alcun interesse ad investire nell’economia reale, con tutti i suoi rischi e i faticosi guadagni, ma sia molto più conveniente per la finanza speculare in questa tipologia di attività che non porta nessun beneficio alle società.
Ma anche i prodotti primari, come le azioni, non sono immuni da questa virtualizzazione del valore: infatti il valore di capitalizzazione delle aziende, soprattutto in ambito tecnologico, è passato in pochi anni da essere un multiplo dell’utile ad un multiplo del fatturato, molto più legato alla narrativa di marketing dell’azienda che ad un’analisi del suo reale potenziale e capacità di creare utile.
Come per i derivati, prevale negli investitori più la scommessa sul valore dell’azione nel breve/medio periodo piuttosto che l’analisi degli utili che l’azienda sarà in grado di generare. I dati di bilancio, gli utili, i piani di investimento diventano secondari rispetto ad un leader carismatico, ad una buona narrazione di marketing che possano convincere i fantomatici mercati a comprare azioni a prezzo più elevato. Si possono solo così spiegare per molte aziende innovative valori di capitalizzazione strabilianti per società incapaci di creare utili.
Anche in questo caso investire in aziende solide ma che generano faticosamente il cinque/dieci per cento di utile, non è più appetibile per una finanza che gioca le sue carte su aziende nuove che possono raddoppiare il loro valore nel giro di pochi mesi, trainate da una narrazione convincente.
L’investimento in azioni non è quindi più legato alla capacità dell’azienda di remunerare l’investimento iniziale grazie alla capacità di generare utili ma solo una scommessa sulla probabilità che il valore dell’azione cresca nel tempo, e se nel passato i due fatti erano correlati (capacità di creare utile e valore dell’azione) ora spesso non lo sono e come in un gioco d’azzardo si scommette su quale azienda sarà capace di creare una storia avvincente promettendo un fantastico futuro a cui gli investitori crederanno. Si entra in un circolo vizioso o virtuoso a seconda dei punti di vista, che più è probabile che gli investitori credano alla narrativa di marketing di una certa azienda più saranno gli investitori disposti a giocare questa scommessa, indipendentemente se l’investitore crede o meno al potenziale dell’azienda. Si è così creato un immenso schema ponzi, un gioco al continuo rialzo basato tutto sulla capacità di mantenere alta la confidenza dei mercati, in cui non conviene a nessun far notare che il re è nudo.