Un esempio estremo ma lampante di questo immenso schema ponzi è il fenomeno dei bitcoin o cripto valute. I bitcoin sono nati come intuizione geniale sia nell’ambito della criptografia trovandone un’applicazione concreta e originale sia in quella finanziaria scandagliando il concetto ultimo di “moneta”.
Nascono come moneta virtuale col “nobile” scopo di creare una moneta democratica creata dal basso e favorire le transazioni digitali disintermediando le banche. Ben presto però questa operazione mostra il suo vero volto diventando la moneta della criminalità e rappresentando una valuta di investimento non più una moneta per transazioni commerciali.
Sono convinto che nonostante questo fenomeno sia inizialmente nato contro le banche e la finanza (almeno nella narrazione pubblica), non sia stato da queste ultimo osteggiato e reso illegale (e come sappiamo se la finanza considera pericoloso un fenomeno trova il modo di renderlo illegale) perché lo ritiene un interessantissimo esperimento che porta agli estremi quello che la finanza sta tentando di fare in questi anni:
- Disintermediazione dello stato e privatizzazione della capacità di emettere valuta
- Virtualizzazione del valore della valuta/del sottostante basata sulla fiducia dell’utilizzatore e non sul suo controvalore reale. Fiducia che può essere manipolata con un’informazione distorta.
- Creazione di un mercato finanziario basato su questo valore virtuale senza alcun vincolo relativo a controvalori reali sottostanti.
Il primo passo verso la privatizzazione della capacità di emettere valuta è avvenuto con l’istituirsi della FED in USA e in seguito in Europa con la privatizzazione delle banche centrali nazionali e successivamente con la creazione della BCE.
Ovviamente questo è solo un primo passo, avvenuto sotto la spinta di economisti che per garantire la stabilità della valuta dopo anni di inflazione incontrollata hanno suggerito di separare il governo e la politica economica dalla politica monetaria, poiché quest’ultima era diventata facile strumento della politica per sopperire alla propria incapacità di gestione del bene pubblico.
Il suggerimento di separare i due poteri in se potrebbe essere corretto e ha dato i suoi frutti in questi anni con bassi tassi di inflazione, ma molto opinabile è la decisione di attuare questa decisione privatizzando le banche centrali e quindi la capacità di emettere valuta. Come per gli altri poteri dello stato, legislativo, esecutivo e giudiziario, si sarebbe potuto trovare una formula di indipendenza dalla politica rimanendo sempre nell’ambito del pubblico. Tralasciando la diatriba e la contestazione relativa al diritto di aggiotaggio e agli utili generati dalla creazione di valuta a favore di un ente privato, rimane comunque un passo concettuale notevole aver delegato al privato una delle funzioni base di uno stato nazionale.
Ma come abbiamo detto questo è solo un primo passo, poiché la governance delle banche centrali è determinata dai governi nazionali e quindi lo stato mantiene un certo controllo e potere sulle banche centrali e quindi un controllo sulla capacità di emettere valuta.
Con la cripto valuta si è fatto un passo molto più estremo, perché non solo si sono disintermediate le banche per quanto riguarda le transazioni monetarie ma si è anche disintermediato completamente lo stato nel processo di creazione della valuta.
E non è un caso, infatti, che visto il successo del bitcoin e visto che la politica e l’opinione pubblica non sono intervenute a valutare la liceità di questa operazione, Facebook abbia lanciato il progetto di una sua cripto valuta cioè un progetto estremo di privatizzazione della valuta che estromette di fatto tutti gli stati nazionali da questo processo.
Si sono alzate alcune voci contrarie a questo progetto ma solo per contestare lo strapotere di Facebook in questo periodo non per argomentare come il processo di emissione di valuta e quindi di certificazione del valore di una valuta sia una parte integrante fondamentale del concetto stesso di Stato Nazionale, perché laddove lo Stato non fosse più lui il garante della moneta circolante verrebbe di fatto ridotto di molto il suo potere e in parte anche la sua ragione d’essere.
Arriviamo così al secondo punto cruciale di questa evoluzione cioè la virtualizzazione del valore della moneta che ha avuto un’accelerazione nel 1971 con l’abbandono della convertibilità oro-dollaro che costringeva la FED a possedere una percentuale di riserva in oro in relazione con la valuta emessa.
Questo cambio epocale nel processo di emissione della valuta, reso necessario per affrontare l’enorme spesa che gli Stati Uniti dovettero affrontare per la guerra in Vietnam, permette alle Banche Centrali di emettere valuta senza alcun limite se non le possibili conseguenze sull’inflazione nel rapporto con le altre valute in circolazione. In questo momento della trattazione, non ci interessa però l’implicazione economica e politica di questa decisione, quanto le conseguenze che ne derivano sul concetto stesso di moneta.
Abbandonare la convertibilità dollaro-oro significa emettere una moneta che non ha più come sottostante un metallo prezioso riconosciuto universalmente come ricchezza per le sue caratteristiche e la sua natura limitata, ma ha come suo fondamento la credibilità dello Stato emettitore e la sua ricchezza ultima costituita dalle ricchezze naturali, artistiche, industriali e in generale la sua capacità di creare ricchezza. In un certo senso con una moneta compro un pezzo infinitesimale di questa ricchezza e faccio un atto di fede che lo Stato rispetti e faccia rispettare questo contratto. Risulta evidente che privatizzare l’emissione della valuta ad un ente privato sia per lo meno stravagante visto che il sottostante è in ultima analisi la ricchezza della Nazione stessa e non quella della Banca Centrale che emette la valuta.
Con i Bit Coin e le Cripto Valute la finanza o chi per essa fa un altro passo in questo cammino, e sperimenta una moneta che in maniera del tutto trasparente non ha nessun controvalore reale e nemmeno nessuna ricchezza dell’ente emettitore a giustificarne il valore, ma solo un artificioso meccanismo per cui questa valuta fittizia è di difficile creazione e limitata nella quantità.
Il suo valore si basa semplicemente su una convenzione che una comunità di persone più o meno grande accetta di accordare avendo fiducia che questa convenzione duri nel tempo nonostante sia chiaro che non esiste nessun garante di questo valore.
L’idea geniale della cripto valuta non è stata tanto lo sfruttamento della blockchain per certificare le transazioni senza bisogno di un intermediatore come la banca, ma il fatto di aver replicato virtualmente le caratteristiche di un bene prezioso: la difficoltà di reperimento e la disponibilità limitata di questo bene. Ovviamente rispetto all’oro manca la caratteristica fondamentale, cioè le sue proprietà chimico/fisiche che lo rendono un metallo prezioso e utile indipendentemente dalle due caratteristiche descritte prima, ma tanto sono bastate per creare una base di consenso presso una comunità inizialmente curiosa di esplorare questa novità.
Il bitcoin nasce come moneta per semplificare le transazioni online di questa comunità di entusiasti ma ampia ben presto il suo raggio di adozione venendo adottato dal “dark web” per gestire traffici illeciti grazie alla sua caratteristica di non essere tracciato e gestito da un intermediario istituzionale.
Ma il vero salto lo fa quando inizia ad essere considerato un prodotto finanziario su cui speculare del tutto simile agli investimenti in valuta. È grazie a questa speculazione che il suo valore sale esponenzialmente e conquista la ribalta anche presso le istituzione finanziarie e del grande pubblico.
Diventa quindi un prodotto di investimento totalmente fittizio perché non basa il suo valore sulla capacità di creare ricchezza di una nazione o di una società, ma semplicemente sulla scommessa che il suo valore cresca o decresca a seconda dello stato di fiducia accordata da altri investitori a questa moneta virtuale.
È un vero e proprio gioco d’azzardo in cui si scommettono somme ingenti sulla sola possibilità che il numero di persone che scommettono sulla sua crescita sia maggiore del numero di persone che scommettono sulla sua decrescita, senza alcun legame con capacità, probabilità, valore intrinseco del bene sottostante.
In tutto e per tutto stiamo parlando di un immenso schema ponzi.
È incredibile e allo stesso tempo sintomatico, che nessuna istituzione finanziaria o politica si sia posta il problema della liceità di questa moneta e anzi l’abbia ben presto istituzionalizzata nel nome dell’innovazione.
Abbiamo analizzato il fenomeno bitcoin non per criticarlo , perché confinato nel suo ambito rappresenta comunque un idea geniale sia dal punto di vista informatico sia da quello sociologico, ma perché evidenzia portandole all’estremo le storture che stanno caratterizzando la borsa e la finanza nel suo insieme nell’era sfrenata del liberismo finanziario: anche in borsa la speculazione basa sempre meno le sue scommesse sull’analisi dei fondamentali economici di un azienda e in particolare sulla sua capacità di ripagare l’investimento con gli utili generati, quanto sulla probabilità che il racconto e il contesto in generale convincano un numero sempre maggiore a scommettere sul crescita delle sue azioni, sperando di vendere prima che la fiducia venga meno.
Solo in questo modo si possono spiegare i valori attuali di borsa per società che non generano utili da anni e che anche se li generassero non riuscirebbero mai a ripagare in tempi ragionevoli l’investimento in capitale effettuato. Anche considerando le aziende più sane come Apple, che effettivamente meritano l’attenzione degli investitori, hanno una capitalizzazione in borsa con multipli degli utili ben oltre il venti che in condizioni normali sarebbe difficilmente giustificabile.
Alcune di queste valutazioni stratosferiche si basano per lo meno sulla scommessa che il servizio/prodotto venduto diventi nel medio periodo a tutti gli effetti un monopolio di fatto, sfruttando al massimo le possibilità date dalla digitalizzazione e dalla globalizzazione senza regole, quindi puntando sul non funzionamento dalla regola base del capitalismo, che vede nella concorrenza la linfa vitale del progresso e del bene del consumatore. Ma la maggior parte sono invece vere e proprie scommesse d’azzardo rese possibili dall’immensa liquidita circolante.
Sebbene possiamo criticare questo approccio dal punto di vista etico, sarebbe perlomeno coerente con la visione neoliberista della società se fosse effettivamente capace di reggersi sulle proprie gambe ma è evidente dagli episodi degli ultimi anni che questo sistema ha bisogno dello Stato per reggersi non solo in tempo di crisi ma anche in periodi di crescita.
In periodi di crisi è stato infatti sempre evocato e ottenuto l’intervento dello Stato e dei soldi pubblici per salvare banche e istituzioni finanziarie che altrimenti non avrebbero saputo far fronte alla crisi né con riserve proprie né con riserve delle varie associazioni finanziarie private che ben predicano il loro mondo senza Stato.
Il tutto condito ovviamente dall’implicito ricatto che il fallimento di queste aziende avrebbe causato più danni alla popolazione che agli artefici del fallimento (che al massimo avrebbero perso il loro bonus milionario di fine anno). E in questo scenario ben si inquadra il fallimento di Lehman Brothers, abbastanza piccola per poter sostenere un suo fallimento, ma abbastanza grande per mostrare gli effetti diretti e devastanti del fallimento di un istituzione finanziaria sull’economia reale: nessuno oramai nomina nemmeno più la possibilità di far fallire un istituzione finanziaria privata, di fatto rimuovendo dal discorso pubblico ed economico ogni discussioni in merito e deresponsabilizzando ulteriormente la leadership finanziaria che le guida e gli investitori che giocano con queste istituzioni.
E sempre in questo scenario dobbiamo inquadrare la nascita e l’utilizzo dello strumento monetario tanto acclamato del Quantitative Easing cioè la possibilità di emettere sul mercato immense quantità di denaro virtuale a sostegno dell’economia tramite l’acquisto da parte della Banca Centrale (ripetiamo ente privato) di debito pubblico o altri asset finanziari. Questo strumento ha effettivamente permesso di mantenere i tassi di interesse sul debito pubblico sotto controllo, ma ha altresì drogato il mercato finanziario con immensa liquidità virtuale che ha sostenuto il continuo “rally” al rialzo del mercato finanziario.
Questa immensa liquidità essendo intermediata da Banche private non è infatti stata utilizzata per supportare il credito alle aziende in particolare piccole e medie e quindi per sostenere l’economia reale ma nella maggior parte dei casi è stata utilizzata dalle stesse banche o da istituzioni finanziare per acquistare debito a interessi pressoché nulli da reinvestire in operazioni finanziarie con alto rendimento. Ovviamente dal punto di vista della banca è sicuramente più vantaggioso investire in un mercato finanziario in crescita perché drogato dalla liquidità creatasi, che guadagnare pochi punti percentuali di interessi rischiando in prestiti ad aziende che devono combattere in un’economia reale.
Solo così si può infatti spiegare il fatto che nonostante l’enorme quantità di valuta creata dal nulla non si sia creata nessuna inflazione come sarebbe accaduto in passato quando era lo Stato ad emettere moneta: questa liquidità virtuale non essendo andata nell’economia reale non ha inflazionato il suo valore di acquisto reale ma è solo finita ad alimentare la borsa e la finanza incrementando il valore del tutto virtuale circolante.
Ne è riprova che nonostante gli indicatori economici fossero oramai positivi da qualche anno (ovviamente stiamo parlando precrisi dovuta al Corona Virus), non è stato possibile diminuire significativamente l’immissione di liquidità tramite QE nel mercato finanziario perché immediatamente si avvertivano ripercussioni in borsa e sulla capitalizzazione delle aziende drogate da tanta liquidità.
È a questo punto evidente l’inquietante parallelismo tra il fenomeno dei Bit Coin descritto precedentemente, che ricordiamo è per sua stessa natura puramente virtuale, e la finanza moderna creata dal neoliberismo senza regole.
In sintesi, vogliamo qui sostenere che l’enorme ricchezza creata dalla finanza non sarebbe possibile e sostenibile in un mercato meramente privato che si basasse esclusivamente sulla ricchezza circolante creata dal lavoro e dall’attività imprenditoriale, ma poggia il suo valore del tutto virtuale sulla presenza e sull’attività dello Stato che non solo interviene in caso di crisi ma alimenta altresì il suo valore facendosi garante di questo valore virtuale.
Siamo quindi di fronte ad un immenso schema ponzi alimentato direttamente delle istituzioni finanziarie sfruttando lo Stato e le istituzioni pubbliche per rendere credibile e accettabile questo schema.
Si crea quindi ricchezza dal nulla, una ricchezza virtuale che però viene convertita in ricchezza reale per la ristretta oligarchia che ha accesso e governa questa macchina: non può essere ridistribuita a tutta la popolazione perché si renderebbe manifesta la sua inconsistenza, ma al contempo questi valori virtuali vengono utilizzati per ridistribuire la ricchezza reale (sotto forma di dividendi, privilegi, stipendi) e quindi una piccola parte di questo immenso valore virtuale viene convertito in ricchezza reale per i pochi privilegiati. Sottolineo come questa ricchezza per quanto virtuale venga utilizzata come parametro per la ridistribuzione della ricchezza reale, e siccome non c’è limite alla ricchezza virtuale accumulata dall’oligarchia finanziaria e questo parametro viene utilizzato per una sorta di ridistribuzione della ricchezza reale ecco che si spiega un altro pezzo del meccanismo con cui aumenta diseguaglianza tra ricchi e poveri.