La meritocrazia

Un altro concetto cardine del liberismo è quello di Meritocrazia, concetto non solo imposto come verità assoluta ma anche come panacea di tutti i mali del mondo.

Imposto come verità assoluta perché associato al concetto stesso di Giustizia con la G maiuscola, nel suo senso più alto: “il più bravo merita di più” viene presentato come un assunto della Giustizia Assoluta o Divina, trascurando completamente di considerare che abilità, talenti e condizione sociale in cui ciascuno opera non sono merito ne demerito del singolo individuo ma bensì condizioni imposte in cui i singoli si trovano ad operare.

Senza voler affrontare una disquisizione religiosa o filosofica sul concetto di Giustizia, sembrerebbe comunque più lecito aspettarsi che la Giustizia Assoluta o Divina, come vogliamo chiamarla, tenderà a ricompensare chi ha sfruttato al meglio i pochi o tanti talenti ricevuti piuttosto che il più bravo in assoluto laddove il più bravo ha ricevuto in dote talenti iniziali distintivi senza nessun merito personale.

Un primo passo sarebbe quindi quello di legare la meritocrazia non a un concetto di Giustizia Divina ma piuttosto ad una “giustizia terrena” laddove con giustizia terrena intendo una giustizia il cui fine è quello di ottenere la miglior società possibile composta da esseri imperfetti.

La meritocrazia diventa quindi uno strumento indispensabile per ottenere il massimo da ogni singolo individuo della società, in modo che il poco dotato dia comunque il suo contributo e l’individuo dotato di molti talenti sia messo nelle condizioni materiali e morali di sfruttarli al meglio per l’intera società.

Ovviamente se fossimo esseri perfetti (ma quindi anche “non umani”) non ci sarebbe necessità di fare leva sull’orgoglio e la ricompensa per ottenere il meglio da ognuno, ma sfortunatamente (o fortunatamente) siamo solo umani.

In fin dei conti, penso che il vizio di fondo di tutto il comunismo sia stato proprio quello di voler realizzare una società ideale trascurando la natura umana dei suoi componenti e volendo attuare in terra una Giustizia con la G maiuscola che però non ne può far parte.

Appurato quindi che la meritocrazia non è la giustizia per antonomasia ma pur sempre indispensabile al miglioramento della società, rimane da confutare che così come attuata dal liberismo non è la soluzione per ottenere un mondo migliore.

Il liberismo, legando la meritocrazia al concetto di giustizia, ha infatti portato all’estremo le conseguenze di questo concetto, rendendo di fatto la ricompensa per il merito un gioco in cui vince solo il primo, in cui “il più bravo” si prende tutta la posta in gioco.

Se infatti abbiamo convenuto che è vantaggioso per la società intera incentivare ognuno a dare il meglio di sé con la promessa di una ricompensa maggiore, non è altrettanto scontata l’entità di questa ricompensa e men che meno che la meritocrazia possa di per sé giustificare qualsiasi diseguaglianza tra il meno dotato e il più meritevole.

Il Liberismo ha quindi utilizzato la meritocrazia per attuare politiche a favore delle classi dominanti, per giustificare le crescenti e incontrollate diseguaglianze economiche e sociali e infine per far accettare in maniera acritica alla parte svantaggiata della società la situazione di squilibrio, facendo ricadere su di essa sola la colpa della propria condizione di miseria.

Si sono così giustificati divari di stipendi vertiginosi tra la dirigenza e la parte operativa delle aziende, oltre mille volte, senza alcun riscontro sul reale valore apportato all’azienda dal singolo ma solo in un gioco al rialzo tutto giocato all’interno di un’oligarchia di pochi privilegiati dei consigli di amministrazione intenti a non danneggiarsi. Solo così si possono giustificare contratti capestro per le società che oltre a pagare stipendi senza pari ai propri amministratori delegati si ritrovano a pagare laute liquidazioni anche nel caso di allontanamento per mancanza di risultati. In pratica la meritocrazia va bene solo se applicata all’operario o all’impiegato.

Il Liberismo ha poi completato l’opera di legittimazione delle diseguaglianze scomodato ancora una volta l’evoluzionismo per sostenere che queste diseguaglianze fanno parte dell’evoluzione naturale e portano nel lungo periodo ad una società più evoluta e migliore.

Ma è proprio attraverso l’analisi dell’evoluzione naturale che possiamo confutare questa teoria: se infatti ci soffermiamo sul singolo è vero che il più forte, il più intelligente, il più veloce sono quelli destinati a primeggiare e a sopravvivere, ma se analizziamo gruppi e  società di esseri viventi ci accorgiamo che quelle che hanno privilegiato l’emergere e il primeggiare del singolo, vedi i predatori come i leoni, sono invece destinate a rimanere di piccole dimensioni e ad estinguersi, mentre le società animali che privilegiano il gruppo, la collaborazione tra i partecipanti magari con responsabilità differenti ma complementari, sono destinate a riprodursi e ad evolvere in maniera più equilibrata e sanno fare fronte agli imprevisti, in una parola prevalgono come società e non come singoli.

Siamo così giunti alla conclusione che sebbene la Meritocrazia sia necessaria e fondamentale per ottenere una società migliore in cui ognuno sia spronato a dare il meglio di sé, la sua applicazione acritica e senza limiti in cui il più meritevole vince tutta la posta in gioco non è funzionale all’ottenimento del bene comune e quindi ad una società migliore.

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