Nella Pars Destruens abbiamo brevemente analizzato gli effetti negativi e le storture provocate da un eccesso di liberismo economico e da un processo di globalizzazione non governato che ha permesso a una piccola parte della società di avvantaggiarsi a discapito delle maggioranza della popolazione.
Abbiamo anche constatato che questo fenomeno è stato in gran parte reso possibile da una politica, da una quadro legislativo e più in generale da una concezione della società che non erano preparati ad affrontare fenomeni su scala globale ed è stato quindi semplice per attori abituati a muoversi in un contesto globale, siano esse multinazionali o compagnie finanziarie, sfruttare questo momento di cambiamento non governato per avvantaggiarsi.
Risulta pertanto evidente che i problemi analizzati non possono essere mitigati o corretti con semplici aggiustamenti alle politiche attuali, siano esse di stampo socialista o capitalista, ma richiedono un profondo ripensamento della società nel suo complesso alla luce dei profondi stravolgimenti che l’evoluzione tecnologica e di conseguenza la globalizzazione de facto della società ha comportato.
Abbiamo altresì constatato che si è cercato di rispondere a questi cambiamenti con le vecchie categorie del ‘900 entrambe inadeguate alla situazione attuale: il nazionalismo ora chiamato sovranismo che vorrebbe tornare ad un mondo che non potrà più esserci e il comunismo/socialismo che aspirando ad un modello unico globale ha fornito le braccia e il substrato ideologico alla globalizzazione capitalistica.
Gli aspetti più critici che dovrebbero essere affrontati per ridefinire una nuova visione della società sono a mio avviso i seguenti:
- Il ruolo dello Stato nella società anche e soprattutto nella sfera economica e nei confronti dell’iniziativa privata, alla luce dei tanti interventi effettuati per salvare grandi società private in difficoltà, dei diversi monopoli di fatto che la rivoluzione tecnologica ha abilitato e delle sfide ambientali che abbiamo di fronte.
- Il ruolo delle multinazionali in una visione che ne ridefinisca non solo i diritti ma anche i doveri verso le singole nazioni e la società globale e al contempo il ruolo della piccola e media impresa che risulta ancora fondamentale per una società più a misura d’uomo.
- Il ruolo della finanza vista come fattore abilitante dell’attività imprenditoriale e di sviluppo della società e non come puro moltiplicatore di capitale.
- Il ruolo della forza lavoro laddove nel nuovo contesto globale e tecnologico si ritrova a competere ad armi impari una pressione competitiva sia sui costi dei propri servizi sia sull’efficienza dovuta alle evoluzioni tecnologiche.
- Il ruolo della Nazione, cioè di uno Stato Sovrano di limitata estensione territoriale e caratterizzato da comunanze di tradizioni, usanze, storia e visione della società che sembra aver perso la sua ragione d’essere in un mondo globale che tende ad uniformare tutto al pensiero unico dominante.
- Infine, il ruolo del Cittadino che è la sintesi di tutte le sue interazioni con la collettività di volta in volta consumatore, lavoratore, paziente, genitore, imprenditore, per citarne alcuni, e che è chiamato ad una prova di maturità perché solo mediando le diverse esigenze e doveri di queste declinazioni potrà contribuire alla creazione di una società equilibrata.
In sintesi, emerge la necessità di ridefinire un modello organizzativo della società che sia in grado di governare un mondo globale che ha complessità di un ordine di grandezza superiore al passato e che non possono essere affrontati con gli stessi strumenti del secolo scorso.
Facendo un’analogia senz’altro azzardata e certamente provocatoria, è la stessa sfida che, con i dovuti paragoni, le multinazionali globali hanno dovuto affrontare nella loro trasformazione da organizzazione locale a organizzazione globale. E in questa trasformazione le multinazionali hanno esse stesse sperimentato alcuni di questi mali: burocrazia imperante, incapacità di interpretare un mondo in cambiamento, lentezza nell’adeguarsi alle nuove richieste, modelli di leadership e processi decisionali inadeguati, in una parola incapacità di adeguarsi alle nuove condizioni al contorno.
Alcune organizzazione hanno saputo adeguarsi mettendo in discussione il loro vecchio modello e abbracciando un modello di organizzazione e di processo nato nell’Information Technology e comunemente chiamato “Metodologia Agile”.
Questa metodologia, tuttora in evoluzione, ha tentato con notevole successo di coniugare l’agilità decisionale e di adattamento delle piccole organizzazioni alle grandi organizzazioni multinazionali, cercando di mitigare i difetti del grande con i pregi del piccolo e viceversa.
In questa trattazione vogliamo quindi prendere spunto da alcuni dei principi fondamentali di questa metodologia per verificare se gli stessi principi ispiratori possono essere di aiuto sia ad elaborare questa visione sia nel definire il nuovo modello organizzativo di una società capace di conciliare il globale con il locale.